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Umberto Mosca, Cinema e rock. Pop Culture e film d'autore, immaginario giovanile e “visioni” del mondo, Torino, UTET Università, 2008
Ironizzando, si potrebbe dire che occuparsi di cinema e rock non è roba da ragazzi; anzi, è una faccenda maledettamente seria, perché con l'affermazione, all'inizio degli anni Cinquanta, della categoria culturale dei giovani, si afferma anche uno specifico mercato a loro specificatamente rivolto, che tenta di condizionare ogni aspetto del tempo libero dei giovani.
Mosca, ripercorrendo la storia del film rock dagli anni Cinquanta ad oggi, elabora una serie di modelli in grado di definire le varie tipologie filmiche del film rock.
Si inizia così da una “età di Elvis”, caratterizzata dall'esuberante sensualità di “Elvis the Pelvis” (in film come Fratelli rivali, Il delinquente del rock'n roll o La via del male), per proseguire col “cinema dei Beatles” (con titoli come Tutti per uno, Help!, Magical Mystery Tour, sino all'ultima pellicola dei Fabs Four, Let It Be).
Woodstock (Michael Wadleigh, 1970) inaugura poi la stagione dei documentari dedicati ai grandi raduni musicali, e il sottotitolo dell'edizione italiana ‒ Tre giorni di pace, amore e musica ‒ chiarisce come l'attenzione del film per le immagini riprese fra i partecipanti al raduno stia a indicare la via per modelli alternativi di vita e di relazioni sociali.
La Rock Opera nasce invece a partire da un album musicale a tema (concept album), la cui ambizione è quella di affrontare, in forma critica, temi di grande rilevanza.
Un capitolo è riservato ad un evergreen, il Biopic, cioè il film biografico sulla vita e (sull'opera) delle grandi personalità del rock.
Ancor oggi il rock, sullo schermo, rivela una straordinaria vitalità, nonostante la concorrenza della televisione, con i suoi canali MTV e simili. Il libro si chiude sui nostri giorni, sulla quella grande scarica adrenalinica che fu Shine a Light di Martin Scorsese, film della perenne vitalità dei grandi Rolling Stones. Silvio Celli

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