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SCATTO MATTO
Sbaglierebbe, però, chi volesse mettere in relazione la professione del fotoreporter con una qualche idea di attività dal vago sapore romantico. Sono il dinamismo, la velocità e l'intraprendenza (finanche la sfrontatezza) alcune delle doti migliori del fotoreporter, il quale è testimone per eccellenza. Egli è infatti colui che è incaricato professionalmente di vedere, per poter quindi mostrare a tutti. E Porry-Pastorel è la quintessenza del fotoreporter, come ricorda Vania Colasanti: «Una vita per nove milioni di foto. Di espedienti per arrivare prima degli altri, per posare lo sguardo dove gli altri non arrivano».

Per svolgere nel migliore dei modi Porry-Pastorel si avvale delle più moderne tecnologie. Adotta ben presto uno dei primi modelli dell'agile macchina fotografica Leica (cui apporta modifiche per renderla ancor più funzionale), diventa uno dei pionieri italiani della trasmissione telefotografica - “Foto Esclusive Porry, trasmesse con la valigia telefotografica” indicavano le didascalie de Il Giornale d'Italia - trasforma un furgone Ford in un laboratorio fotografico viaggiante.
Miniatura immagine
Negli anni del fascismo, Porry-Pastorel rappresentò una spina nel fianco (una fastidiosa concorrenza) per l'iconografia ufficiale del regime, costruita, scatto dopo scatto, dai numerosi fotografi dell'Istituto Nazionale Luce. Del regime mussoliniano, anzi, di Mussolini stesso, Porry- Pastorel fu una sorta di ombra silenziosa e onnipresente che lo immortalò in ogni circostanza, a cominciare dall'arresto a Roma del futuro dittatore, l'11 aprile 1915, durante un tentato comizio intervista in Piazza Barberini. Lo scatto immortala l'allora baffuto agitatore socialista, con tanto di bombetta, circondato da alcuni agenti in borghese, uno dei quali lo sospinge sollevandolo per la collottola: una foto in grado di rendere il fotografo inviso a Mussolini lungo tutto il ventennio della dittatura.
Dopo l'8 settembre 1943 Porry-Pastorel fu un attivista del fronte militare clandestino, predisponendo documenti falsi per partigiani ed ebrei.

Al termine della guerra gli archivi dell'agenzia fotografica VEDO (Visioni Editoriali Diffuse Ovunque) creata da Porry-Pastorel si riempirono di scatti ritraenti star del cinema e set di film. Pellicole italiane o film stranieri girati in Italia entrarono nei mirini dei fotografi della VEDO, agenzia che “tenne a bottega” alcuni dei più interessanti fotogiornalisti (e paparazzi) del dopoguerra: Mario Tursi, Sergio Spinelli, Fausto Alati e, soprattutto, Tazio Secchiaroli.

Il libro, un interessante ed esemplare viaggio nella storia di una delle più importanti agenzie fotogiornalistiche italiane, è arricchito da numerose fotografie provenienti dall'Archivio Privato di Vania Colasanti e dall'Archivio Tullio Farabola, che fu un altro celebre allievo di Porry-Pastorel.