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RITA HAYWORTH. CINEMA, DANZA, PASSIONE

Con questa bella biografia Claudio M. Valentinetti ricostruisce la parabola umana e artistica di Rita Hayworth, nome d'arte di Margarita Carmen Cansino, nata il 17 ottobre 1918, cresciuta in una famiglia di danzatori originaria dell'Andalusia. Il padre Eduardo la avvia sin da piccola alla danza, facendola sua partner nel duo “Dancing Cansinos”. Se la prima apparizione cinematografica della piccola Rita risale al 1926, il suo ingresso ufficiale nel cinema avviene nel 1935, quando viene notata, e quindi messa sotto contratto, dalla Fox. Agli esordi Margarita – che nelle prime pellicole appare col nome di Rita Cansino e solo a partire dal 1937, quando firma un contratto con la Columbia, diventa Rita Hayworth – interpreta diligentemente piccoli ruoli in film di poche pretese, ma nei quali la giovane ha modo di mettersi in luce nei numeri di danza, per i quali non di rado è il padre a realizzare le coreografie. La sua figura non è ancora quella che impareremo ad amare: ha i capelli neri e il viso e il corpo hanno forme un po' arrotondate.
Miniatura immagine
E in questi anni comincia anche la tormentata storia di Rita con gli uomini. Al giovanile matrimonio col marito-pigmalione Edward C. Judson – «grassoccio, pelato, con più del doppio degli anni di Rita» – faranno seguito altri quattro matrimoni, i più celebri dei quali saranno quelli con Orson Welles e col principe Ali Khan. Rita Hayworth non troverà mai quella stabilità affettiva cui anelò sempre.

Sul piano lavorativo, invece, la Hayworth miete grandi successi negli anni della guerra mondiale, con titoli come Bionda fragola (Roul Walsh, 1941), Sangue e arena (Rouben Mamoulian, 1941), e quindi in film con bei numeri di danza, a fianco di Fred Astaire: L'inarrivabile felicità (Sidney Lanfield, 1941) e Non sei mai stata così bella (William Seiter, 1942).

E nel 1946 arriva Gilda (diretto da Charles Vidor) che la vede a fianco di Glenn Ford. È il film che vale una carriera. E chi se ne frega se la trama è sconclusionata e inverosimile, tanto il pubblico finirà sempre (soltanto?) per ricordarsi quella scena, la sensuale danza di Rita/Gilda sulle note di Put the Blame on Mame. La candida pelle della Hayworth rifulge sul nero e attillato abito, che a fatica contiene le sue forme slanciate e flessuose, e un solo guanto nero che scende lentamente sprigiona una carica di erotismo che ben di rado il cinema ha saputo avvicinare.

Quanto ti sia capitato dopo questo film, cara Rita, non vogliamo raccontarlo. Sarà il lettore a scoprirlo. Ti chiediamo soltanto: Put the Blame on Mame: play it again, Rita!


Silvio Celli