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Luigi Veronesi, Fotogrammi e fotografie. 1927-80, Torino, Einaudi, 1983
La facilità di utilizzo di un mezzo espressivo, come la facilità di fruizione di un’arte, fanno sì che il pubblico si convinca della validità dell’espressione “questo potevo farlo anche io” e niente di più errato sta in tale convinzione. Per il cinema e la sua visione come per la fotografia questo è quantomeno inevitabile. Lo sviluppo della tecnologia con la produzione di macchine fotografiche compatte ultra-automatiche ha ottenuto che il mondo venisse invaso da milioni e milioni di scatti e la facilità ed economicità, determinate dalla tecnologia digitale e dall’inutilità dello sviluppo e stampa, ha dato il via a una produzione fatta senza il minimo ragionamento o la più piccola cura. Si inquadra (male) si scatta e via! Tutti fotografi. Parafrasando Goya: il sonno dell’estetica consapevole genera banalità. Luigi Veronesi, del quale questo libretto analizza una parte della produzione, è uno di quegli autori conosciuti ai pochi che è riuscito a dare alla fotografia dignità di arte, utilizzando il mezzo come medium per lo svelamento di dimensioni della realtà invisibili ai più.
Miniatura immagine
Nelle sue foto ci si confronta con una finestra sull’inespresso che sonda il quotidiano superandone i limiti del visibile e accompagnandoci in dimensioni simili a quelle al di là dello specchio di Alice. In Veronesi i fotogrammi sono diaframma tra noi e il resto, ove i contorni sono sfumati, i colori dirompenti, le forme confuse, perché essenziale è l’immedesimazione di chi guarda, costretto a focalizzare, a ordinare, a gestire con il proprio vissuto. È fotografia che non riproduce la realtà ma la sonda, che non produce quadri ma li abbozza pretendendo che il fruitore ci metta del proprio per poter raggiungere la sostanza del visibile e dell’invisibile. È questo il motivo per cui in questo caso non vale il “lo potevo fare anche io”: qui c’è ricerca, consapevolezza, umiltà, conoscenza del mezzo, sperimentazione e sicuramente tecnica. Veronesi dimostra che l’arte non è riproduzione di stilemi ma invenzione di stili, di uno sguardo nuovo che trova i mezzi per uscire dall’occhio e restituire quel che vede. Se non era fotografia forse era altro ma certamente Veronesi quello sguardo lo avrebbe espresso comunque, come ogni artista a cui la vita ha affidato la capacità di dare la vista agli altri.
Andrea Carta Sezione a cura di “El Bradipo” www.elbradipo.net