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James Naremore, Su Kubrick, Torino, Kaplan, 2009
Che cosa dire di più e di nuovo su un regista come Stanley Kubrick che non sia già stato detto e scritto? James Naremore, autore di numerosi saggi sul cinema e la letteratura moderna, affronta il cinema del regista focalizzando l’attenzione sugli esordi nella fotografia, in particolare per la rivista “Look”, che lo portò a collaborare con fotografi dell’avanguardia come Weegee e Diane Arbus.
A soli 24 anni Kubrick passa dietro alla macchina da presa, portando con sé quell’esperienza estetica. Il libro, pubblicato in Inghilterra nel 2007, è suddiviso in sei parti.La prima parte, Prologo, contenente molti elementi biografici e rivelazioni sul rapporto tra Kubrick e Hollywood alla luce del contesto culturale di quegli anni, esplora in particolare il momento di passaggio dal modernismo al postmodernismo. Naremore traccia una breve analisi del “personaggio” Kubrick e ne analizza la cinematografia alla luce di quella che lui stesso chiama “estetica del grottesco”.
Miniatura immagine
Seguono quattro capitoli centrali in cui vengono analizzati i film di Kubrick: Gli esordi, in cui parla di Paura e desiderio (1953); Il bacio dell'assassino (1955) e Rapina a mano armata (1956); Kubrick, Harris, Douglas, che analizza Orizzonti di Gloria (1957) e Lolita (1962); e Stanley Kubrick presenta che si apre con Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964); per passare ad analizzare in maniera approfondita gli altricapolavori del regista: 2001: Odissea nello spazio (1968); Arancia meccanica (1971); Barry Lyndon (1975) e Shining (1980). La quinta parte, L’ultimo Kubrick, affronta gli ultimi due lavori del regista: Full Metal Jacket (1987) ed Eyes Wide Shut (1999).
Unica eccezione Spartacus, non presente nell’analisi se non per piccoli accenni e confronti, in quanto, come racconta Naremore non è ascrivibile al regista newyorchese, entrato nel progetto a riprese iniziate, e non avendo condiviso completamente le scelte operate dalla produzione. Nell'Epilogo, che costituisce la sesta parte, Naremore sostiene che è impossibile trarre delle conclusioni vista l’unicità e la diversità delle opere di Kubrick, ma l’autore trae alcune considerazioni sulle peculiarità del regista, tra le quali spiccano la sua “totalità” come cineasta, che ha unito la sensibilità del letterato alla maestria del tecnico; la dialettica e la tensione che ha creato tra razionale e irrazionale; e il rapporto tra uomo e macchina. Proprio per quest’ultimo aspetto Naremore sceglie di chiudere il suo saggio con un’analisi di A.I. Intelligenza Artificiale dove compara il progetto di Kubrick alla effettiva realizzazione che ne fece Spielberg.
Il saggio di Naremore ha il pregio di unire elementi della biografia del regista ad analisi dei vari film nel contesto in cui furono realizzati e di tracciare un quadro non tanto del regista o del suo stile, ma della “ricerca” dell’uomo e della sua “essenza” che, attraverso il “mezzo” cinematografico, Kubrick ha operato.

Mirco Infanti
Sezione a cura di “El Bradipo” www.elbradipo.net