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IL CINEMA E IL CASO MORO
Francesco Ventura, Il cinema e il caso Moro. Prefazione di Maria Fida Moro, Recco, Le Mani, 2008
L’Italia sarebbe oggettivamente una grande nazione se, tra i tanti difetti, non indulgesse nell'incapacità di guardarsi addosso e indietro per accettare sé stessa e la propria Storia. Si sa che siamo restii a riconoscere le nostre ombre e cadute. Se dopo settanta anni le vicende inerenti la guerra partigiana di liberazione sono ancora oggetto di accese discussioni, è facile immaginare come la società italiana non sia in grado, dopo soli trent'anni, di elaborare i così detti Anni di Piombo. E se a soli cinque anni dalla fine delle ostilità, Francis Ford Coppola è stato i grado di realizzare Apocalypse Now da lui stesso definito non un film sul Vietnam ma il Vietnam stesso, qui da noi il cinema ha provato ad affrontare il nodo del terrorismo con alterni risultati e sempre dando origine a dibattiti spesso degenerati in risse verbali al limite della querela.
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Essendo le parti in causa molte e schierate su versanti opposti e distantissimi, un film non può mettere d’accordo tutti e le poche opere realizzate sull’argomento risultano indigeste a seconda del punto di vista di chi guarda. I film realizzati sui fatti che si sono susseguiti dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Novanta non sono molti e non tutti sono delle opere pregevoli per argomentazioni o per fattura, ciononostante è importante poterli vedere e mettere a confronto.
Ci prova un libro interessante: Il cinema e il caso Moro. Il saggio, scritto da Francesco Ventura, affronta tre film italiani che raccontano da tre punti di vista diversi e con intenti diversi il cosiddetto Caso Moro. In esame vengono presi: Il caso Moro (1986) di Giuseppe Ferrara; Buongiorno, notte (2003) di Marco Bellocchio; Piazza delle Cinque Lune (2003) di Renzo Martinelli. Non c’è bisogno di dire che si tratta di tre opere diverse per caratura, profondità e rigore formale, ma quello che è interessante è la possibilità di verificare come una stessa vicenda può produrre versioni differenti, esattamente come in Rashomon di Kurosawa.
Se sulla carta l’idea del confronto è interessante, quello che manca e che lascia un po’ con l’amaro in bocca è la mancanza di una personale analisi comparativa dei tre film con una presa di posizione dell’autore che ne tragga un giudizio critico complessivo. Purtroppo egli si limita a farne un’analisi formale, seppure intrecciando i film e analizzando alcune sequenze e rilevandone i caratteri narrativi comuni peculiari della vicenda (l’agguato, la prigione, i brigatisti, Moro), ma senza fornire efficacemente una chiave di lettura che ne metta in risalto i diversi valori e le relazioni tra i tre e soprattutto tra essi e la realtà dei fatti come desunta dalla cronaca di quei giorni. Vi è invece per ogni film un’intervista al regista, importante per l’occasione di scoprire intenzioni e risultati ideali raggiunti da loro rispetto alle premesse.
Se del libro si devono rilevare le mancanze, è però necessario anche apprezzarne il valore documentale e soprattutto l’intenzione, assolutamente rimarchevole, di dire qualcosa su un argomento tabù che in molti preferirebbero relegato ai libri di storia. Questo aspetto è talmente importante che la prefazione viene affidata alla figlia di Aldo Moro, Maria Fida, che attesta la buona fede e l’onestà dell’autore, senza entrare nel merito della ricerca che giudica (per motivi puramente personali che in più di un occasione ha abbondantemente e chiaramente espresso) certamente parziale e ben lungi dall'essere in grado di dare un chiarimento risolutivo su questa drammatica e dolorosa vicenda. Come lei stessa dichiara, un vero film su Aldo Moro non è ancora stato fatto e sinora quelli realizzati sono ben lungi dall’esaudire il desiderio di risposte soddisfacenti.

Andrea Carta
Sezione a cura de "El Bradipo" www.elbradipo.net