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DIARIO DI UN'ETERNITÀ
Attraverso un diario tenuto per circa due anni, dal 3 marzo 1996 al 31 marzo 1998, scritto su esortazione di Angelopoulos («Ti ho chiamato per chiederti di tenere un diario», mi dice. «Oltre al fatto che potremmo pubblicarlo, sarà molto importante per il lavoro», 30 aprile 1996), Markaris, espone la diuturna attività di ideazione e scrittura, un impegno continuamente oggetto di cancellature, rifacimenti, limature, revisioni e ripensamenti.

Durante le fasi del loro lavoro lo sceneggiatore e il regista vivono in una sorta di "tempo sospeso", come scrive Angelopoulos: «Il periodo che precede la realizzazione di una sceneggiatura è un periodo di umidità, con strane variabili, strane percezioni apparentemente irragionevoli. Un'alternanza di astrazione e acutezza. È un periodo di doppia vita. La parte rumorosa di te vive la quotidianità come sempre, mentre quella silenziosa tesse in segreto, con materiali invisibili, ciò che, a un certo punto, maturerà e uscirà in superficie, quando meno te lo aspetti, attraversando con facilità tutti i filtri della quotidianità».
Miniatura immagine
Lo scrittore e sceneggiatore Markaris e il regista rivelano approcci assai diversi alla scrittura scrittura cinematografica. Angelopoulos – ricorda Markaris – «è sempre partito da una o più immagini e, attraverso le immagini, o meglio, dentro le immagini, trovava il racconto. Mentre io, il racconto, lo trovo capitolo per capitolo». Angelopoulos partiva dunque da una serie di visioni, di immagini potenti che lo ossessionavano, mentre personaggi nati da storie diverse continuavano a turbarlo, con improvvise irruzioni durante le fasi di lavoro, chiedendo con urgenza di vedersi assegnato un posto nel soggetto. Prima l'immagine, dunque: e non è un caso che il soggetto prendeva corpo solo dopo una serie di sopralluoghi capaci di avviare la storia da narrare: «La visione dei luoghi che sarebbero entrati nel film ha sempre completato, e a volte modificato, la sua idea della storia».

Alla fine nella sceneggiatura del film confluiscono idee e vecchi appunti recuperati che sembravano dimenticati, ma stazionavano invece in qualche angolo profondo della mente del regista. C'è come un patrimonio di immagini e di inquadrature alle quali il regista non sembra poter rinunciare; da esse procede Angelopoulos, e non è difficile scorgere in esse finanche richiami continui alla storia e alla cultura greca.

In fondo tutto il libro non è altro che il tentativo di descrivere un processo creativo apparentemente semplice, come scrive Angelopoulos: «Una domanda antica e persistente. Come nasce un'idea? E in particolare l'idea di un film?». Un libro come questo aiuta certamente a dare una spiegazione al quesito, ma allo stesso tempo indica allo spettatore il lavorìo profondo e talora crudele che richiede il processo di scrittura, perché, come ricorda Markaris, «non pensare che l'arte sia due chiacchere davanti a un caffè. È un lavoro da cani».